BTC Clicks banner
 
 
 

FINO A QUI TUTTO BENE




RELATIVITA’: 1 dottrina che fa dipendere la conoscenza dalla costituzione organica e mentale del soggetto conoscente e dal rapporto tra soggetto e oggetto. 2 Principio fisico matematico attestante l’inesistenza di osservatori o di sistemi di riferimento privilegiati per lo studio dei fenomeni meccanici e fisici, e quindi l’inesistenza d’uno spazio e d’un tempo assoluti.


Come ogni mattina vi svegliate e, con gli occhi ancora socchiusi, vi fate la doccia, mentre la moka sul fuoco fa uscire il caffè. Dopo aver indossato i vestiti ammucchiati sulla sedia, uscite di casa in tutta fretta per non perdere quel treno che va sempre meno d’accordo con l’orologio che avete al polso.
Stop.
Fermatevi un attimo, lasciate perdere tutto e salite su un aereo e, dopo aver ascoltato gli opportuni consigli della hostess, date un’occhiata al mondo che scorre sotto di voi. Vi starete chiedendo perché non ci avete pensato prima, dall’alto tutto appare più nitido e, ora che avete cambiato il vostro punto di vista, potreste perfino arrivare a cambiare le vostre conclusioni. Ora pensate a un amico che non vedete da tanto tempo,  se fate attenzione vi accorgerete che probabilmente è sparito senza spostarsi, che è sempre li, anche se tutti si chiedono dove sia. E’ facile perdersi di vista se ci si va a scontrare con la relatività, si rischia non capire più se il tempo e lo spazio giochino con o contro di noi. E’ come stare in bilico su un cornicione, combattuti tra la scelta di tornare a casa affrontando la giungla del traffico o semplicemente spiccando il volo.
Ora immaginate la vostra vita tra vent’anni.
Magari avete deciso di prendere quel volo e, una volta atterrati, non siete più voluti tornare indietro per chissà quale motivo.  Oppure avete scelto di non fermarvi, avete deciso che non c’è mai stato un momento giusto per perdere il treno e ora, siete seduti davanti al camino, in attesa di correre a lavoro il mattino dopo, che continuate a ripetervi:”fino a qui, tutto bene.”


ESCO A PRENDERE DUE COSE



Ho letto da qualche parte che il tragitto dei supermercati  è studiato a tavolino e che i prodotti che ci servono davvero, cioè quelli che ci spingono a uscire di casa, sono posti nelle rientranze o negli angoli remoti dei corridoi. Se per esempio ti servono l’acqua o il pane, prima ti imbatterai in decine di articoli diversi (dagli articoli da mare a delle orribili statuine del presepe), ed è scientificamente provato il fatto che ti fermerai a guardare almeno una di queste cose. Non conta quello che hai scritto sulla tua lista della spesa prima di uscire, tutti questi articoli provocheranno in te delle reazioni e ai piani alti del supermercato questo basta.



Soggetto: Marco
Luogo: Supermercato


“Davvero lei è convinto che le nostre azioni siano inutili?

 Le nostre azioni non sono inutili, fanno semplicemente parte di uno schema predefinito, di un percorso.

Allora,per esempio, non importa chi sia il primo a muovere in una partita a scacchi, ogni azione sarebbe inutile in una partita già scritta, e così nella vita. Perché dunque sento il piacere della scelta? La paura di sbagliare e di precludermi qualcosa?

Quelle sono  illusioni!  Tutto è già scritto,le scelte che credi di fare fanno semplicemente parte di ciò che è stato deciso per te

No! Sono le scelte che faccio che mi formano come individuo, la realtà non è altro che uno scenario che si adatta e si trasforma in base ad esse

Pensa ad un videogioco, tutto ciò che decidi non ti porta da nessuna parte se non a quello che il programmatore ha scelto come finale

Sta paragonando l’uomo a un Dio?

 Dio ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza..

Son sempre più convinto che l’uomo abbia creato Dio … per porsi dei limiti ... Si! Non riusciamo ad accettare il fatto che il nostro limite siamo solo noi stessi.

Il nostro limite è quello che è già stato scritto, posa le armi e lasciati andare , ogni tua azione,anche quella che pensi di aver scelto ti porterà dove eri destinato.

Ah si? Se è tutto scritto allora non è un caso che io mi sia fermato qui davanti a questo scaffale, vero Dottore? Dice che anche questo fa parte di ciò che lei chiama destino?”

Marco impugna la statuetta di ceramica posta sullo scaffale che ha davanti e, senza pensarci due volte, la scaglia contro un uomo in fila alla cassa urlando: ”Senti che merda sto destino!”.

“E pensare che eri uscito solo per comprare un pacco d’acqua e un po’ di pane”

Giugno




E' arrivato Giugno e sei  seduto a sorseggiare il tuo happy hour con quella ragazza che non sposerai mai, quando arriva, come un ospite indesiderato, qualche pioggia, a ricordati tutte le cose che hai ancora da fare prima di poterti  godere a pieno quell’ aperitivo sul lungomare.
Ammettilo, il suono del mare, quello vero, te lo sei quasi scordato, ma non ti importa perché a Giugno, col sapore dell’estate che ti stuzzica i sensi, ti accontenti anche dell’ultimo pezzaccio di Pitbull. 
Guardati intorno! non ti viene da pensare che, nonostante tutto, è Giugno? il mese in cui le tipe girano in mutande e con le zinne al vento, il mese in cui ti puoi  liberare di tutti quei brand che ti hanno fottuto col concetto delle mode e ora che nessuno ne può più, il vintage la fa da padrone.
Ho sottomano un calendario pieno delle date in cui sarebbe dovuto finire il mondo, l’ultima era ieri, eppure siamo ancora qua, forse stiamo peggiorando,dipende dai punti di vista. Io so solo che negli anni ’80 la gente si incazzava perché gli avevano rubato le chitarre e ora?. Comunque, nonostante Lucenzo, il fisico da lanciatore di coriandoli e Magalli in tv al mattino, è pur sempre Giugno,il sole inizia a cuocere e ti accorgi che,in fondo, dà una certa soddisfazione sentire il sudore che cola mentre stai per segnare quel goal spettacolare.

APPUNTI DI UN VIAGGIATORE #1


26/03, Bologna

Cammino protetto dalle frasche di questo sole e circondato dalle radici vetuste di questi mattoni. Una musica gitana si fonde col mio animo in una danza paragonabile ad un amplesso privo di qualsiasi concetto. Ho sete di passato. Il futuro è nascosto dietro un angolo.


EDUSIL


Bert era un bambino disordinato, gli piaceva inventare storie piuttosto che leggerle  e amava cantare a squarciagola. Viveva però a Edusil, capitale di Zitbuori, un paese controllato da “Il Partito Del Silenzio e Della Buona Educazione” e, ogni volta che, in giro per le strade, provava a cantare il padre gli assestava in fretta un ceffone. La costituzione di Zitbouri era composta da 3 articoli:
#1 il paese è una Repubblica fondata sulla buona educazione.
 #2 tutte le persone devono usare un tono di voce che non deve superare i 35 decibel.
 #3 nessuno può dimenticarsi delle buone maniere in qualsiasi situazione.
Tutte le famiglie avevano in casa il Manuale della Buona Educazione e il governo, aveva fatto installare ovunque dei sensori di cattive maniere con incorporati dei rilevatori di decibel. Capitava così, in questo paese, che chi faceva all’amore tutti i giorni e alla sera litigava venisse immediatamente arrestato e costretto nelle celle del silenzio mentre, chi rubava sottobanco nel rispetto della buona educazione, non subisse alcuna punizione, mazzette e corruzione, infatti, non erano punibili per legge se fatte a modo. Bert non capiva il motivo di tutti quei ceffoni, voleva solo cantare. Quella mattina era uscito con i suoi genitori per fare acquisti e, come al solito, si chiedeva perché lungo quell’enorme marciapiede, tutti camminassero in modo ordinato. Il piccolo Bert sognava di radunare tutti i bambini e fare una partita a pallone o almeno una corsa nei pressi del lago. D’un tratto, la quiete di quella marcia silenziosa, venne spezzata da un urlo proveniente da un negozio di scarpe. La folla sbigottita si bloccò e, senza accalcarsi intorno al negozio, si mise ad osservare gli agenti del governo in marcia verso il luogo del misfatto. Un ladro, in modo gentile, aveva chiesto al negoziante tutti i soldi riposti nella cassa nascondendo un’ elegante pistola e quello, già in crisi, aveva dato di matto e, urlando, gli aveva spaccato una mazza da baseball in testa. Ora il negoziante veniva accompagnato educatamente fino all’auto delle guardie, mentre il ladro gentiluomo veniva soccorso e riverito. Per un evento del genere si sarebbe svolto, lo stesso pomeriggio, un Processo all’Ordine nella  piazza principale di Edusil.

[pausa]

Bert a casa sua non faceva altro che giocare con la fantasia, disegnava personaggi immaginari come dragoni, unicorni e altri animali mai visti. Ricordava solo alcune scene dei tempi in cui i suoi genitori lo portavano al parco a correre, ora le passeggiate erano serie e piene di divieti: non poteva buttarsi a terra, non poteva giocare a nascondino e neanche a pallone. Lo stesso pomeriggio tutta la famiglia, ordinata e ben vestita, uscì di casa per assistere al processo all’Ordine. Era uno dei pochi eventi che venivano organizzati in città e quindi, seppur triste, era quasi una festa per la gente del posto. E così tutti gli abitanti si riversarono in piazza, sempre nel rispetto delle buone maniere. Nessuno rubava i posti, nessuno saltava la fila e i bambini non si lamentavano, erano tutti fermi davanti a un palco ordinatissimo, disposti come un esercito e in ordine di altezza: i bambini davanti e i giocatori di basket in ultima fila. Sul palco, vi era un funzionario del partito che aveva delle enormi sopracciglia squadrate, gli occhi deformati da un paio di occhiali spessissimi e indosso uno smoking nero perfettamente stirato. Al centro del palco, il negoziante accusato del reato, era controllato a vista da 2 agenti. Il funzionario iniziò a leggere una pergamena: “lei, signor Naseta, è accusato di aver violato tutte e 3 le leggi dell’Ordine e della Buona Educazione. Ha  superato il livello decibel consentito, non ha mantenuto la calma che si addice a un cittadino del nostro paese e soprattutto, non ha rispettato le regole della buona educazione” Il negoziante, disperato, provò a ribattere spiegando le sue ragioni ma il funzionario irritato disse: “Lei continua a non rispettare l’ordine, non può urlare … mi costringe ad agire di conseguenza … agenti! imbavagliatelo” La folla era silenziosa perché tutti sapevano che il brusio avrebbe fatto scattare gli allarmi. Anche i bambini ormai erano ammaestrati, 5 anni di buona educazione stavano facendo effetto. Bert osservava le persone sul palco e non capiva perché il signore seduto non potesse rispondere. Ricordò allora il giorno in cui andarono a casa sua gli uomini vestiti di nero per prelevare i libri non educati e disordinati, era riuscito a salvarne solo uno, nascondendolo sotto al letto. Era l’unico libro che era riuscito a leggere, escludendo i manuali imposti dalla scuola, e raccontava di un lupo accusato ingiustamente dagli altri animali di aver rubato le pecore di una fattoria e, solo grazie al saggio maiale, che gli permise di difendersi, riuscì a dimostrare che le pecore, stanche della loro vita, erano partite per una terra lontana. Allora Bert non resistette e urlando, per farsi sentire dal funzionario, chiese “Ma perché lui non può parlare?” il pubblico fece un verso di stupore, il padre di Bert sarebbe voluto correre a tappargli la bocca, ma non poteva creare disordine e superare la gente, era una questione di educazione. Il funzionario incredulo, scrutò il bambino attraverso i suoi spessi occhiali e disse: “Cos’hai detto?”, Bert ripeté ancora più forte “ Perché lui non può parlare? E se non ha fatto niente?”, il funzionario diventò tutto rosso e, sempre in modo educato, disse “Bambino i tuoi genitori non ti hanno insegnato l’educazione? Non puoi parlare quando parlo io, questo signore ha sbagliato e ora deve pagare e ti consiglio di tacere!”, Bert non si arrese e mentre il funzionario stava per pronunciare la pena dell’imputato urlò: “Non è giusto! Sei un vecchiaccio!” tutti i bambini iniziarono a ridacchiare, il funzionario perse il controllo e iniziò ad urlare. La folla sbalordita iniziò a scomporsi, una persona di quel rango che infrangeva tutte le leggi? Com’era possibile? Notato il brusio, il funzionario riacquistò il  controllo e, in modo fermo ma gentile, disse alle guardie di prelevare il bambino e i suoi genitori. Il burocrate (forse ho scritto troppe volte funzionario) non si preoccupò delle sue urla di poco prima, la folla le avrebbe presto dimenticate con l’imposizione di una Settimana del Rigore.

[ultima pausa]

Bert venne condotto nella Grande Sala al cospetto dei Tre Saggi dell’Educazione e i genitori furono rinchiusi nelle celle del silenzio con l’accusa di non aver educato a dovere il loro figliolo. Bert si sentiva minuscolo davanti ai saggi disposti a semicerchio e seduti su delle colonne alte almeno due metri. I tre saggi erano i massimi esponenti del governo e la leggenda narrava che avessero vissuto per anni nel silenzio e nell’ordine più assoluto. Col tempo, erano diventati  dei profeti adorati dalle masse e, aiutati dai loro seguaci, erano riusciti a assumere il controllo del paese. Il primo saggio guardò Bert e gli chiese sussurrando “come ti chiami?”, “mi chiamo Bert” aveva risposto il piccolo. “ Caro Bert perché non rispetti la buona educazione e il silenzio, vuoi male ai tuoi genitori e alla gente che vive nel tuo paese?” Bert rispose: “no, io voglio bene a tutti, solo che..” Il secondo saggio intervenne: “Quello che vogliono tutti è vivere in armonia e senza litigi, e se vuoi bene a tutti devi seguire le regole”, “Ma io voglio cantare e giocare a pallone”, Il terzo saggio proseguì: “ Queste cose non sono bene, derivano dal male che origina il disordine, se vuoi bene a tutti devi seguire le regole che ci sono sui manuali e vivrai felice, senza bisogno di urlare, litigare, domandare … insomma vivrai tranquillo”. Bert allora disse:” Ma io voglio leggere i libri belli non i manuali, non c’è niente di magico in quelli” A quel punto una farfalla gli si posò sul naso e lui la racchiuse tra le mani. “Voglio volare come questa farfalla”. Bert iniziò a correre per la stanza cantando e inseguendo la farfalla e i saggi cominciarono ad innervosirsi. Le guardie, che non vedevano una scena così da parecchio tempo,  sorrisero.

Dopo qualche minuto uno dei saggi alzò la cornetta del telefono e mormorò:“Vanda?... salve … mandi gli Operatori della Pulizia, c’è un cadavere qui nella Grande Sala e 2 nelle celle del silenzio, segua la solita procedura”. 

Bologna - Imola


Sono qui seduto nella carrozza numero  4 del regionale diretto a Ravenna, e sto platealmente perdendo la battaglia col mio zaino per il quale non trovo nemmeno uno spazio a causa dell’enorme numero di valigie che appartengono al mio vicino. E va bene, stavolta hai vinto tu, vieni in braccio insieme al giubbotto. Mi guardo un po’ intorno e realizzo che il treno è una full immersion antropologica, pari almeno a quella che si può avere in un centro commerciale il giorno della vigilia di Natale. Davanti a me c’è un vecchietto con le cuffie nelle orecchie, ha scambiato solo poche frasi con la moglie al suo fianco e tiene il tempo con le dita dandosi dei colpetti sulla gamba. Mentre cerco di indovinare la musica che sta ascoltando, mi concentro su una ragazza seduta due file più avanti. E’ bionda con gli occhi marroni, indossa una maglietta bianca col simbolo della pace e continua a fissare il paesaggio oltre il vetro opaco del finestrino, ha lo sguardo triste e pensieroso. Le cause potrebbero essere migliaia e la mia mente scontata in un primo momento mi induce a pensare ad un litigio con il ragazzo o qualche altro affare che ti rovina la giornata quando hai più o meno 18 anni. Non mi lascio sopraffare così e allora mi convinco che qualche sera fa, a tavola coi suoi, ha confessato  di avere un debole per le sue amiche: la madre ha dato di matto e il padre, per tutta risposta, ha abbassato lo sguardo e alzato il volume della tv come se avesse paura che, l’immagine di sua figlia che tocca le parti intime di quella sua amica così carina, potesse essere in qualche modo percepita dalla moglie. Ma forse sto correndo troppo con la fantasia (ma soprattutto andrei ad affrontare un argomento troppo grande sul quale sono stato istruito in modo distorto da youporn) e quel tatuaggio che ha sul polso non è frutto di una qualche protesta ma solo il segno di una moda, allora cambio soggetto e, al fianco di un uomo grassoccio che legge e sottolinea il sole 24ore con gli occhi arrossati per lo sforzo, osservo un'altra ragazza. Ha i capelli neri e gli occhi azzurri come a dire hey, guardami, sono qui solo per farti impazzire! Le cuffie bianche dell’ipod spariscono all’interno di un cappottino nero mentre muove le labbra belle e mute seguendo le note che le accarezzano le orecchie. Distolgo lo sguardo dalla camicetta bianca (le cosiddette zinne) per tornare a guardare fuori, il treno che corre e noi fermi al suo interno ad aspettare, ecco, adesso ricominci con la filosofia?,devo farlo, ma stavolta sono meno convinto,quindi torno a fissarle il viso, ci ricasco. Ti incrocio per un istante e fulminea mi catturi, sono un bersaglio troppo facile, un cecchino alle prese con una montagna farebbe più fatica. Altro che metafore, siamo in viaggio baby, potrei tirar fuori dallo zaino una chitarra e suonarti una canzone, e se hai un altro?, probabilmente è proprio quel tipo seduto di fronte a te, ma non lo saprò mai e allora non dico niente, meglio aspettarci in silenzio. Maledetto treno, sono bloccato, vorrei darti il meglio di me, farmi valere, ma non so neanche come ti chiami. Ti fai fermare da una valigia? Mi son fatto fermare da molto meno, ma cosa posso fare se non tentare di prolungare questo momento?  So solo che dopo inventerò più di una scusa ma non fa niente,osservaci da fuori,  siamo lo stereotipo di una coppia sposata in giro per negozi. Sento che hai già letto quel che penso e allora rimaniamo d’accordo, appena scendo giuro che non mi volterò per vederti correre via, ma tornerò a casa a pensare che ero con te, immerso nelle campagne soleggiate, e non facevamo altro che star fermi, mentre tutto fuori scorreva veloce, la più banale delle poesie, un occhio del ciclone piacevole come una mattina d’estate, triste come un albero d’inverno...una voce mi informa di essere arrivato a destinazione … con 10 minuti di ritardo. 

Il treno è quello che prendo quasi tutti i giorni, stavolta son riuscito a vincere un posto a sedere e mentre cerco inutilmente una posizione comoda con la testa, osservo il paesaggio che scorre nel finestrino. Distese di campagna e poco spazio lasciato all’urbanizzazione. E’ un attimo perdersi nel mare dei  dettagli, ho sempre ritenuto Escher un degno architetto del mondo, i suoi paradossi costruttivi rappresentano in modo encomiabile la dipendenza che sento nei confronti del caos. Nella mia testa vive l’antitesi dell’ordine, la teoria psicanalitica basata su un iceberg solido e regolare è evidentemente una balla, meglio il Titanic che affonda di James Cameron. Su questa teoria tento di seguire il mio percorso, certo è più facile perdersi con una benda sugli occhi ma, se la strada  fosse sempre dritta,sento che finirei per morire isolato nello sconforto della monotonia. Eccoti là in fondo, fermo, che mi guardi mentre urli a tutti che un fantasma ti ha appena chiesto un po’ d’acqua. Niente di personale, ma preferisco i tornanti privi di lampioni. Nonostante ciò continuo a spremermi mentre cerco una formula perfetta e l’avrei già trovata se non mi avessero convinto che il tempo perso per essa sia proporzionale alla sua complessità. Divento geloso dei miei sogni, li tengo stretti al petto perché potrebbero sbriciolarsi in volo, bruciati dagli sguardi di chi non ha mai assaggiato il gusto dell’utopia. Son proprio quegli sguardi che mi hanno commissionato questa ricerca, e son sempre loro che cercano di guarire la mia dipendenza sin da quando portavo un 20 di scarpe, solo che non sono ancora riusciti a dirmi gli effetti nocivi che ne derivano. Gli regalerei uno dei miei sogni se non fossero incastrati all’interno di trame troppo strette e buie per poterci avvitare anche solo una lampadina, l’hanno fatto apposta, la chiamano autoconservazione. Per ora non mi lamento troppo, ho sempre trovato delle buone scuse, ho detto a tutti di essermi perso e di aver visto Arianna scappare su una nave dorata ma dentro di me maledico ancora il giorno in cui mi innamorai dell’apprendimento, ora so che nell’infinito dell’esistenza, un giorno, tutto verrà raddrizzato. Rigiro tra le mani queste idee lisce come palle da biliardo mentre noto una casa in rovina in mezzo a un enorme campo verdeggiante. Ti svelo un segreto baby, l’inferno è un privilegio per pochi.